sabato 23 febbraio 2008

Ritratto d'artista: Doris Salcedo

Doris Salcedo è nata a Bogotà nel 1958 dove vive e lavora.
"I bambini che soffrono per la violenza in Columbia sono stati testimoni di eventi orribili... la loro esperienza e i loro ricordi sono al mio fianco mentre lavoro.Per questo considero il lavoro non solo mio, ma appartenente anche a loro. Senza questi bambini esso non sarebbe stato possbile."               
"Quando una persona amata scompare, ogni cosa è impregnata della sua presenza. Ogni singolo oggetto ma anche ogni spazio è un ricordo della sua assenza, come se questa fosse più forte della sua presenza..."
Doris Salcedo   

 
Doris Salcedo si lega perfettamente al territorio, al suo territorio  (Columbia).
La violenza e la sopraffazione hanno un modo nuovo di esprimersi: al linguaggio dell'arte... Il compito di svelarla in ogni luogo  (la violenza), soprattutto nei templi della conoscenza.
Per realizzare le sue opere ascolta storie terribili dei sopravvissuti che sono vittime e testimoni, storie di persone perseguitate dai terroristi, dagli squadroni della morte e dai mercanti di droga.




Trasforma oggetti appartenuti alle persone scomparse per rendere l' idea dell'immensa sofferenza che hanno subito. Gli oggetti sono frammenti di sedie, cassettoni, armadi, letti, indumenti bruciati riempiti di cemento. Questi oggetti evocano l' immagine fantasmatica di corpi che non esistono più. Gli oggetti installati nelle mostre sono un santuario per le persone rimaste che vivono nel terrore.
Attualmente alla Tate Modern di Londra espone una grande installazione dal titolo: SHIBBOLETH; essa consiste in una crepa sul pavimento della hall della Tate Modern, molto simile ad una faglia terrestre: inizia con un'incrinatura appena visibile per finire in una sorta di voragine all'interno della galleria. 
SHIBBOLETH: Parola ebraica usata come test per capire la provenienza delle persone nel mondo antico, coloro che non riuscivano a pronunciarla correttamente venivano riconosciuti come nemici e venivano uccisi. Parola come confine linguistico ma anche come confine sul confine, quindi barriera invalicabile.
Fonti documentative: Flash Art, Exibart, Moma

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