Amir e Hassan sono due ragazzini afghani nella Kabul dei primi anni ’70. Il primo è figlio di un imprenditore benestante, animato da un profondo senso dell’onore e della dignità e da idee piuttosto illuminate; il secondo è invece il figlio dei servitori della famiglia di Amir e appartiene all’etnia hazara, dai più discriminata ed emarginata.
I due ragazzi crescono insieme, nonostante la differente posizione sociale, grazie anche alla particolare benevolenza che il padre di Amir, Baba, manifesta verso Hassan e suo padre Ali.
L’Afghanistan precipita rapidamente in una crisi sempre più grave tra colpi di stato e invasioni; ma ciò che prima di tutto cambia radicalmente e irrimediabilmente le vite dei due protagonisti è un episodio dell’inverno del 1975, quando Amir, segretamente invidioso delle doti di Hassan e geloso dell’affetto che Baba prova per il ragazzo, tradisce la fiducia dell’amico lasciandolo solo in una circostanza terribile. Oppresso dai sensi di colpa, Amir non è capace di rimediare, ma trova anzi il modo di allontanare definitivamente dalla casa di famiglia Hassan e Ali. In seguito Amir e Baba emigrano negli Stati Uniti, ma dopo molti anni il passato torna a bussare alla porta di Amir: gli si offre così l’occasione di redimersi, aiutando il figlio di Hassan rimasto solo al mondo nell’Afghanistan dei talebani.
La prima parte del romanzo è piuttosto originale e avvincente. I personaggi, i luoghi, gli oggetti sono descritti con precisione ed intensità e si riesce davvero a respirare l’aria di una certa Kabul. Sembra di sentire il profumo dei cibi e delle bevande, di veder volare gli aquiloni colorati nei cieli d’inverno...
Nel prosieguo però il romanzo diventa molto più debole.
La storia procede tra colpi di scena prevedibili e troppo numerosi che vanno a scapito della verisimiglianza e l’autore sembra puntare decisamente sulle note patetiche per sfruttarne l’impatto emotivo sul lettore. Così si scopre, ad esempio, che Amir e Hassan sono in realtà fratellastri, che il ragazzino aggressivo e razzista col quale i due si erano scontrati negli anni dell’infanzia è diventato un temuto talebano e tiene prigioniero il figlio di Hassan...
Il romanzo resta comunque anche un’interessante testimonianza sull’Afghanistan e sulle tragedie che lo hanno attraversato nell’arco degli ultimi decenni, dai progressi degli anni Sessanta e Settanta che davano l'illusione che si preparasse un futuro migliore al precipitare del paese nella violenza e nella barbarie.
Quando Amir, ormai adulto, torna nel suo paese a cercare il figlio di Hassan e si stupisce del degrado e della povertà diffusi, il suo accompagnatore osserva: “Questo è il vero Afghanistan, agha sahib. [...] Lei è sempre stato un turista qui, solo che non lo sapeva”, sottolineando la condizione di privilegio in cui Amir era cresciuto e che non gli aveva permesso di cogliere le ingiustizie sociali e la miseria dilaganti già prima dell’invasione sovietica e dell’ascesa dei talebani. Miseria e ingiustizie sociali che non hanno lasciato scampo e hanno costituito alcune delle premesse da cui è scaturita la tragedia afghana degli anni Ottanta e Novanta.
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