Erano neri. Quel batuffolino di carne sfoggiò già da subito due occhi scuri e tondi. Uguali a quelli della madre.
Si poteva già immaginare che sarebbe stato un bambino molto vispo e vivace.
Infatti a soli due anni gli venne in mente di scappare di casa. Fortunatamente abitava in una zona isolata, attorniata da campi, ed i genitori non ci misero molto a trovarlo. Però era riuscito ad allontanarsi parecchio. A quella tenera età sapeva già quello che voleva, avventurarsi e scoprire cose nuove.
Aveva una sorella di un paio d’anni più grande. Anche lei era vispa, ma più che altro dolce e protettiva.
All’asilo Alessandro imparò a relazionarsi con gli altri bambini, e gli riuscì subito facile. Era sempre allegro e sorridente, e non gli capitava mai di azzuffarsi con nessun altro, come invece capitava a molti. Era anche parecchio perspicace, imparava le cose in fretta. Fù in quell’ambiente che conobbe quello che sarebbe divenuto il suo migliore amico: Guido.
Alessandro e Guido avevano due caratteri diversi: il primo era vispo e non stava mai fermo un attimo, il secondo invece era più tranquillo e molto riflessivo, e anche tanto sensibile. Una caratteristica però li accomunava: erano entrambi molto intelligenti e spiritosi, sempre con la battuta pronta.
Man mano che passava il tempo Alessandro si calmava sempre più, pur rimanendo un bambino vivace ed allegro. Era molto aperto e questa sua caratteristica riusciva a trasmetterla anche a chi gli stava accanto.
Alessandro diventò così adolescente. Le sue caratteristiche non mutarono. Sempre allegro, sempre affabile, sempre estroverso, ma nonostante ciò era anche molto riservato. Le cose più private, quelle più intime, il suo vero io preferiva tenerseli per sé. Sembrava sempre contento ma era un adolescente, e gli adolescenti cominciano a porsi mille domande che da bambini non si ponevano. Ed il non conoscere le risposte a tali domande spesso manda in crisi. E la maggior parte dei suoi coetanei nascondeva queste mille incertezze dietro al bullismo, alla spavalderia, all’arroganza. Ma lui no. Lui e Guido erano delle rarità. Non asociali o strani o quant’altro, anzi socievoli e simpatici, ma equilibrati.
Alessandro le mille domande se le poneva, ma non lasciava trapelare nulla.
A diciassette anni i due amici si divertivano ancora con poco e niente. Non avevano bisogno della discoteca o dello spinello o del motorino truccato, no. Bastava un mucchio di foglie da lanciare in alto quando c’era un po’ di vento, oppure divertirsi a prendersi in giro simpaticamente con un paio di amiche ed amici. Rincorrersi, farsi i dispetti, stuzzicarsi. Fare qualche partita ai videogiochi, o raccontarsi barzellette seduti attorno ad un tavolo, in mezzo a tante risate. Oppure fare una partita a carte. Quello era il loro divertimento: genuino. Come i bambini, ma più maturi degli adolescenti.
Ma arrivò la patente, e con essa la scoperta di posti nuovi. Alessandro scoprì la voglia di cambiare, di conoscere ambienti a lui finora sconosciuti. E con i suoi amici, grazie all’auto, potè cambiare abitudini per provarne altre. Cominciò a frequentare locali e pub. Ed a prendere confidenza con l’alcool. Non tanto perché alla fine anche lui voleva uniformarsi alla massa, ma soprattutto perché voleva, anche se per poco, dimenticare certe cose…
Nessuno lo sapeva perché era un ragazzo riservato, ma suo padre si era ammalato. E chi lo osservava bene aveva potuto notare che il suo sorriso si era spento, anche se cercava di nasconderlo e appena gli veniva chiesto qualcosa lui negava, diceva che andava tutto bene. E sfoggiava il suo solito sorriso. Altalenandolo a momenti di cupezza che però nascondeva dietro agli occhi ridenti, quando se ne rendeva conto.
Suo padre aveva purtroppo una brutta malattia, che difficilmente si sarebbe risolta positivamente. Ed anche se la speranza era l’ultima a morire e comunque di tempo ce ne sarebbe stato ancora tanto, questa esperienza fece maturare ancora ulteriormente il ragazzo. Ogni tanto, sovente nel week end, preferiva dimenticare con qualche bicchiere… ma questo periodo non durò molto.
A diciannove anni decise cosa fare della sua vita. Voleva partire, andare lontano a guadagnare soldi ed a farsi un’esperienza di indipendenza. Voleva partire per farsi le ossa, perché un domani forse non molto lontano sarebbe probabilmente dovuto diventare lui il capofamiglia.
Si diplomò discretamente e dopo pochi mesi partì per il servizio militare. Era il periodo in cui molti suoi coetanei cercavano di sviare questa esperienza, dirottandola sul servizio civile. Ma lui no. Lui voleva vivere questa realtà.
Aveva paura, perché avrebbe per la prima volta vissuto lontano da casa, lontano dagli amici, dalla famiglia, lontano da suo padre che stava poco a poco peggiorando. Ma partì, perché doveva e voleva pensare al suo futuro. Gli amici li salutò col suo solito sorriso e la sua solita allegria… non sembrava ma dentro aveva tanta, tanta amarezza. Ma nulla si risolve senza averlo affrontato. Se fosse rimasto lì sua madre e sua sorella non avrebbero avuto un uomo dopo suo padre, ma un semplice ragazzo. Lui voleva diventare un uomo. Sarebbe stata dura all’inizio, ma poi non se ne sarebbe pentito.
L’anno passò in fretta, ed anche in quel nuovo ambiente Alessandro seppe adattarsi. Con la sua tranquillità e saggezza era magnetico. E riusciva a guadagnarsi la stima di molti nonostante non usasse mai la violenza e la durezza. Non sarebbe stato mai un Comandante o un Dirigente, ma una persona in gamba sì. Sebbene suo padre si fosse stabilizzato, non era e non sarebbe mai guarito. In quell’anno il ragazzo però aveva trovato sicurezza in sé, ed ora poteva permettersi di essere sempre equilibrato ed allegro con gli amici, nonostante la situazione familiare.
Alessandro decise di continuare con la vita militare.
Suo padre morì dopo un paio di anni, ed il ragazzo (anzi l’uomo) si prese cura egregiamente della famiglia. Anche se era quasi sempre lontano, aiutava economicamente sua madre e sua sorella, e la gestione della casa. Suo padre gli mancava. Era sempre stato una persona chiusa, nell’adolescenza era anche arrivato quasi ad odiarlo silenziosamente, perché parlava poco, perché era introverso. Ma ora capiva quanto gli avesse parlato con lo sguardo e con i sorrisi. E quelle cose gli mancavano. Da lui aveva preso quella dolcezza espressiva e quella riservatezza. E dalla madre aveva preso l’allegria e la vivacità. Un bel mix.
All’età di venticinque anni Alessandro si innamorò, per la prima volta. Era sempre stato un bel ragazzo, e se avesse voluto avrebbe potuto trovarla molto prima una fidanzata. Ma prima non ci pensava. Era una bella ragazza, dolce e vispa al tempo stesso. Gli ricordava sua madre, e forse per questo se ne era innamorato. Lei non corrispose subito, era rimasta bloccata da un’esperienza precedente che l’aveva delusa ed amareggiata. Ma col tempo lui la tranquillizzò e lei, Maria, si convinse che era il ragazzo giusto, e finalmente si lasciò andare.
Si fidanzarono e dopo tre anni si sposarono.
Alessandro lasciò la vita militare, e trovò un lavoro vicino a casa. Ebbero un bimbo che chiamarono Giovanni, come suo padre.
Erano neri. Quel batuffolino di carne sfoggiò già da subito due occhi scuri e tondi. Uguali a quelli del padre.
Si poteva già immaginare che sarebbe stato un bambino molto vispo e vivace.
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