Aprii gli occhi senza capire dove mi trovassi. L’ambiente circostante non mi era per nulla familiare, non capivo se stessi impazzendo o se avessi perso la memoria. Cominciai a fare mente locale e capii che i ricordi erano ancora parte di me: chi ero, cosa facevo nella vita, quando ero nata, la mia adolescenza, le mie cotte ed il mio primo ed unico amore… I sentimenti e le emozioni erano ancora vive in me, solo che quella camera non era la mia! Non avevo mai fatto uso di stupefacenti, e nemmeno amavo bere, e ricordavo benissimo cosa avevo fatto la sera prima, che film avevo guardato, anche se non ne conoscevo la fine perchè ricordai di essermi addormentata con la TV accesa, mi succedeva spesso, lo facevo tranquillamente perché sapevo che il timer avrebbe fatto sì che si spegnesse non più tardi della una.
Mi alzai un po’ stordita, è strano come noi esseri umani rimaniamo bloccati e paralizzati quando ci capita qualcosa di inspiegabile. Ci lamentiamo della quotidianità, la troviamo spesso troppo monotona e noiosa, ma quando ci viene a mancare, quando veniamo travolti da qualcosa di nuovo rimaniamo incapaci di agire, e la nostra routine la desideriamo immensamente.
C’era una finestra dalla quale entravano prepotentemente tiepidi raggi di sole. Mi diressi verso di essa ed appoggiai la fronte al vetro, guadagnando più visuale possibile per l’esterno. Anche il panorama che mi si presentava davanti era, ai miei occhi ed ai miei ricordi, sconosciuto.
Non c’erano i campi e le piante, non c’era la siepe ed il sentiero, e nemmeno il mio adorato Tommy, un affettuosissimo Pastore Tedesco di cinque anni, che quando mi affacciavo alla finestra di camera mia era sempre pronto a farmi le feste, anche da lontano, con quella linguona che penzolava mostrando qualche dente affilato e coprendone altri, ma dando al muso un’espressione gioviale, facendola quasi sembrare un sorriso.
Fuori di lì c’erano solo case, palazzi, auto in movimento, ed i raggi del sole che trovavano via di fuga nello spazio tra un grattacielo ed un magazzino. Ma dov’ero finita? Nel centro di una città… ma come ci ero arrivata?
Decisi di uscire da quella stanza, e vedere se ci fosse qualcuno in grado di spiegarmi cosa mi fosse successo. Avevo paura di oltrepassare quella porta, l’ignoto mi aveva affascinata fino ai vent’anni, ma ora per me era sinonimo di nuovo, e quindi adattamento e fatica, e chissà magari anche pericolo.
Osservai, prima di raggiungere la porta, qualcosa che attirò la mia attenzione: fotografie appese. Mi avvicinai e mi riconobbi! Alcune le ricordavo, altre no. Quelle che ricordavo ritraevano momenti felici della mia vita, momenti ormai lontani. Tutte quelle persone immortalate con me erano cambiate, alcune sparite dai miei giorni ma non dai miei pensieri. Ed anche io ero cambiata: là, di fronte a me ed apparentemente vicina, ero ancora piena di sogni, di speranze. Credevo di poter capire la gente, o per lo meno quella che mi interessava. Credevo di poterle leggere quasi nel pensiero… ma non sapevo di illudermi. Quella gente poco a poco avrebbe cambiato stile di vita, interessi, abitudini, e mi avrebbe abbandonata, ed io avrei abbandonato poco a poco i miei sogni e le mie speranze, e mi sarei data della stupida per non aver letto bene nelle loro menti, nei loro cuori. Avevo creduto di essere ricambiata ma probabilmente non era così, o forse è solo colpa del fatto che le cose cambiano, continuamente ed incessantemente. Una lacrima rigò il mio viso. Ricordavo di avere staccato quelle foto già da un po’ di tempo, per evitare quelle agrodolci emozioni, come mai erano ancora lì davanti a me?
Distolsi lo sguardo da lì e lo puntai su quelle immagini che non riconoscevo: chi erano quelle persone con me? Ed io che ci facevo così sorridente? Sembravo felice, anche se quando sto per essere immortalata amo sorridere, un po’ per narcisismo (quando rido esco meglio) ed un po’ per abitudine (quando ci si mette in posa per una foto di solito si sorride). Per quanto mi sforzassi non riconoscevo nessuno oltre me.
Ma ora non potevo più aspettare, era arrivato veramente il momento di aprire quella porta. Portai con delicatezza la mano verso la maniglia, e con moderata forza l’abbassai tirandola verso di me. Mi ritrovai in un corridoio che portava a delle scale che scendevano. Ero tentata di chiamare, per vedere se qualcuno avesse risposto, ma non lo feci perché avevo paura di ciò che non vedevo. Sentii dei rumori provenire dal basso, sembravano di qualcuno che stesse apparecchiando la tavola per un pasto.
Scesi piano le scale, man mano che mi avvicinavo al rumore, anche se non sentivo parlare. Mi ritrovai in un salotto caldo e confortevole, con un divano dall’aria molto invitante, un tavolino di vetro ed una TV. Allargai la mia visuale e vidi una libreria ed ancora un paio di quadri di foto appesi al muro.
C’ero io e… no non era possibile! Non poteva essere proprio quella persona abbracciata a me!
Ci capivo sempre meno…
Mi diressi verso la stanza adiacente, da dove provenivano i rumori. Appena vidi chi era che stava preparando la tavola dubitai di non aver mai preso stupefacenti, o alcool, o di essere sana di mente. Lo chiamai per nome e lui volse lo sguardo verso di me, senza rispondere. Poi si diresse dalla mia parte ed io abbozzai un sorriso incerto, perché ancora non credevo ai miei occhi, e comunque non capivo in che situazione mi trovassi. Forse lui mi avrebbe spiegato tutto. Rispose al mio sorriso, ma mi passò in parte ed andò oltre… mi girai e notai una culla! Lui si piegò sbirciando ed allungò le braccia all’interno di essa, ritirandole mentre stringevano un batuffolo di carne sorridente. “Sei contento che la mamma fra poco torna dal lavoro, vero Manuel?!” e se lo coccolò per un po’, senza curarsi di me. Ma chi era la madre? Probabilmente Rosa, la sua ragazza, che io avevo visto solo un paio di volte. Ma io che ci facevo lì? E perché non mi considerava? Mi avvicinai a lui ma niente, sembrava che non mi vedesse. Lo chiamai di nuovo ma nulla, sembrava che non mi sentisse.
Manuel era proprio un bel neonato: da lui aveva preso gli occhi vispi e dolci al tempo stesso, scuri e profondi.
Ad un certo punto sentii una porta (quella d’ingresso immaginai) aprirsi, ed una voce a me familiare esclamare: “Sono qui!”. Lui rispose: “Bentornata! Manuel ha dormito tutta la mattina, quindi preparati a tenerlo a bada questo pomeriggio, io ho già dato!” La ragazza replicò, simpaticamente: “Dato cosa? Sono io che ho già dato, in quello ufficio aleggia sempre il solito stress, per fortuna che ci devo stare solo per quattro ore! Tu piuttosto, non pensare che la giornata sia finita qui, fra poco tocca a te lavorare! Mentre io dormirò con Manuel ti penserò!”
Sì quella ragazza aveva qualcosa di familiare, nel timbro della voce e nel modo di parlare scherzando… ero curiosa di guardarla in faccia. Pronunciai qualcosa come un saluto nei suoi confronti, ma nemmeno lei pareva sentirmi. Mi diressi verso la sua figura, annerita dalla controluce, e non parve accorgersi di me. Finalmente avevo la possibilità di guardarla in faccia, ora ero vicina abbastanza, e la controluce non avrebbe influito più di tanto.
Ed ecco il suo viso… il suo viso…
Aprii gli occhi e riconobbi subito la mia camera. Il telecomando ancora sul letto e la TV in stand-by. Probabilmente mi ero addormentata a film non ancora terminato, ed il timer aveva spento la televisione alla una, come impostato. Infatti ricordavo la trama del film, ma non la fine.
Mi alzai e mi diressi verso la finestra: di fronte a me i campi e le piante, la siepe ed il sentiero. E poi Tommy, come ogni mattina lì a farmi le feste da lontano ed a “sorridermi”, abbaiando con entusiasmo.
Sulla parete ancora i segni delle vecchie foto… avrei dovuto far ripitturare la stanza, così non stava per nulla bene. Oppure le avrei potute riappendere ma non era una buona idea: i ricordi sarebbero tornati a farmi male e ad ossessionarmi, le avevo staccate apposta. Non è vero il detto “lontano dagli occhi lontano dal cuore”, lo avevo appurato, ma sicuramente la vista perenne di quelle immagini mi faceva pensare di più.
Dovevo aver fatto un sogno strano quella notte. Non riuscivo a focalizzarlo, ma ricordavo di aver sognato qualcosa. Forse durante la giornata mi sarebbe venuto in mente, o forse non sarebbe accaduto mai, come spesso capita.
…
Col passare degli anni poi tante cose sono cambiate. Il centro della città si è avvicinato sempre più, i campi sono spariti, il mio Tommy è diventato troppo vecchio ed è morto. Ho sofferto molto per questa perdita, ancora oggi mi manca l’affetto che sapeva darmi.
Ora il sole non lo vedo più interamente, riesco a cogliere solo qualche raggio che fugge attraverso lo spazio tra il grattacielo ed il magazzino qui di fronte.
Ho riappeso le vecchie foto perché ho capito che i ricordi rimanevano comunque, ed anche perché ora non sono più così tristi, certe persone ritornano, certi rapporti rinascono… a volte quando ci si allontana non è per mancanza di affetto, ma per divergenza temporanea di interessi e di abitudini, di stili di vita che per un certo periodo non sono gli stessi.
Per fortuna ho scoperto che avevo letto giusto in alcune di quelle persone, avevo decifrato i loro pensieri in maniera corretta.
Ci sono anche delle foto nuove appese in camera mia, o meglio in camera nostra, perché negli anni ho conosciuto anche altra gente che vale la pena di ricordare.
E sì: ora sono felice.
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