Siccome non posso andarmi a rileggere quel grandissimo romanzo, pilastro letterario-filosofico intramontabile (le cui reminiscenze comunque sono rimaste nella mia mente in maniera indelebile), riporto quanto ne dice in sommi capi l’enciclopedia-web Wikipedia:
"Moby Dick è un romanzo pubblicato nel 1851 dallo scrittore americano Herman Melville. La trama del libro si può riassumere assai brevemente come il viaggio della baleniera Pequod, comandata dal capitano Achab, a caccia di capodogli e balene, e in particolare della enorme balena bianca (in realtà un capodoglio) che dà il titolo al romanzo. Tuttavia in Moby Dick c'è molto di più: le scene di caccia alla balena sono intervallate dalle riflessioni scientifiche, religiose, filosofiche e artistiche del protagonista Ismaele, alter ego dello scrittore, rendendo il viaggio un'allegoria e al tempo stesso un epopea epica. Il Pequod e il suo equipaggio sono comandati dal capitano Achab, figura che a parte i primi capitoli, è quasi sempre presente nel corso dei tre lunghi anni di caccia alla balena. I personaggi sono per lo più membri dell'equipaggio, incluso il narratore Ismaele.
Il capitano Achab guida l'intero equipaggio attraverso la folle impresa di caccia del candido capodoglio-leviatano. Questo accanimento viene descritto da Melville come una monomania, lo definisce infatti: “Roso di dentro e arso di fuori dagli artigli fissi e inesorabili di un’idea incurabile”. Achab era assetato di vendetta nei confronti di quella candida balena, che, dopo aver sfondato tre lance, gli aveva tranciato di netto la gamba. Moby Dick viene descritta come un essere caratterizzato da profonda malvagità e premeditazione nel ridurre in briciole le lance. La sete di vendetta di Achab però, precisa Melville, non deriva tanto dalla mutilazione fisica subita quanto da un'avversione maturata precedentemente. Melville dice: “..venne allora che il corpo straziato e l’anima ferita sanguinarono l’uno nell’altra”. Dopo la mutilazione e il necessario ritorno a casa si sviluppò la monomania e “…Achab e l’angoscia giacquero coricati insieme nella stessa banda”.
E’ un’opera talmente grande e profonda al confronto della quale difficilmente possono reggere paragoni, se non forse con l’altrettanta opera capitale dello scrittore di Praga Franz Kafka, famoso scrittore de “Il Processo”, nel quale anche qui viene adombrata simbologicamente la figura sfuggente e mai tangibile del Capo dei Capi del cosiddetto “Tribunale Supremo”, dizione altamente affascinante ed evocativa con la quale lo scrittore boemo di origine ebraica ha voluto forse rappresentare anche lui il mistero del cosiddetto Deus absconditus.
Tutto questo Achab lo sa perfettamente, ma non gli basta, egli vorrebbe andare al fondo della ricerca, trovare e uccidere addirittura l’artefice delle sue disgrazie, quasi lo ritenga colpevole di tutto il male possibile e immaginabile, una furia cieca che lo porta infine alla distruzione.
Non c’è dubbio che a questo punto il significato dell’opera vada rintracciato in questa visione di un Essere Supremo assai spietato con coloro che cercano di carpirne i segreti, perché questi tali devono restare per tutti i secoli dei secoli.
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