“Il traduttore del silenzio”, pubblicato quest’anno, è l’opera con la quale Daoud Hari ha voluto raccontare al mondo la propria storia e quella della sua famiglia, decimata nel corso degli scontri civili che da anni insanguinano il Darfur; ma soprattutto ha voluto lasciare testimonianza diretta degli orrori che si verificano in quella regione.
Il resoconto è rivolto direttamente al lettore; l’espressione è semplice, immediata, scorrevole, a tratti perfino ironica, ma anche di indiscutibile efficacia, tanto che certe immagini restano impresse in modo incancellabile. Più della ripresa di una telecamera.
L’episodio che forse colpisce di più, e che più ha traumatizzato lo stesso autore, è quello della piccola profuga di quattro anni che viene infilzata, viva, su una baionetta. Fino alla morte. Davanti agli occhi del padre che aveva cercato di salvarla.
Il Sudan è stato protettorato anglo-egiziano ed ottenne l’indipendenza nel 1956; da quel momento si sono succedute, fino ad oggi, diverse dittature militari.
La maggioranza non araba della popolazione, ribellatasi fin dal 1955, rimase in armi fino al 1972, soprattutto nel sud del paese, finché la regione meridionale non ricevette una seppur limitata autonomia.
Il conflitto tra il nord arabo e musulmano e il sud africano e cristiano-animista riprese circa dieci anni dopo.
Nei primi anni Ottanta, infatti, il presidente Nimeiri impose sull’intero paese il potere federale. Da quel momento il governo centrale avrebbe gestito anche i proventi del petrolio appena scoperto nel sottosuolo del Sudan meridionale.
Si formarono immediatamente gruppi ribelli e la situazione peggiorò ulteriormente quando Nimeiri impose la legge islamica (Sharia) a tutti i Sudanesi, anche ai non musulmani. La protesta dilagò, rafforzando i gruppi ribelli.
Come sempre accade in queste regioni, la situazione è stata aggravata anche dalla carestia dilagante, che ha fatto milioni di morti e ancor più numerosi profughi.
Nel 1985 Nimeiri fu abbattuto. Il nuovo presidente Mahdi sospese la Sharia, che però continuò ad essere applicata in certe zone. Nessuno dei problemi del paese fu seriamente affrontato e per quattro anni continuarono gli scontri. La produzione petrolifera fu bloccata.
Nel 1989, quando Mahdi sembrava apprestarsi ad una politica più fattiva, fu rovesciato a sua volta dal generale Bashir, tuttora al potere. La Sharia fu ripristinata e fu inaugurata una politica durissima nei confronti di tutti i dissidenti.
Dopo l’11 settembre 2001 Bashir si è schierato con gli USA contro il terrorismo islamico; all’interno del paese ha però continuato a fomentare gli scontri, promuovendo l’identità araba a spese di quella indigena africana, rompendo così una convivenza durata secoli, non sempre pacifica, ma mai seriamente compromessa.
La guerra, ormai legata anche inevitabilmente alla questione petrolifera, è continuata nonostante gli interventi internazionali finché nel 2003 il campo di battaglia si è spostato soprattutto nel Darfur.
In Darfur il conflitto ha assunto l’aspetto della guerra etnica tra Arabi e non-Arabi, i primi rappresentati dal governo centrale e dai janjaweed sostenuti e armati dal governo stesso. Le ragioni profonde del conflitto sono in realtà molteplici e sono collegate anche alla grave penuria di terra e di acqua (il sottosuolo del Darfur è ricco di acqua dolce che potrebbe essere sfruttata).
Mentre nel passato anche recente le diverse etnie convivevano in sostanziale equilibrio, i matrimoni misti erano numerosi e tutto era reso più semplice anche dalla condivisione della fede islamica a cui aderisce la maggior parte della popolazione, da cinque anni la regione è invece teatro di scontri violentissimi: presso le tribù indigene migliaia sono i villaggi distrutti e le donne stuprate, centinaia di migliaia le vittime, milioni i profughi. I soldati dell’Unione Africana e i caschi blu dell’ONU si sono rivelati impotenti.
Lo scorso luglio, dopo tre anni di indagini, il Procuratore Capo della Corte Penale Internazionale (Cpi) dell’Aja, Luis Moreno Ocampo, ha chiesto l’incriminazione di Bashir e un mandato di cattura internazionale nei suoi confronti per genocidio e per crimini di guerra e contro l’umanità. Quella richiesta, non riconosciuta dal governo sudanese che non ha firmato lo statuto di Roma che ha decretato la nascita della Cpi, è a tutt’oggi sospesa: la Prima Camera Preliminare ha recepito il parere contrario di diversi paesi a procedere contro un capo di Stato che non ha ratificato lo statuto di Roma e ha chiesto al Procuratore Capo di presentare entro novembre nuove prove prima di decidere se spiccare un mandato di arresto nei confronti del presidente.
Mentre si continua ad attendere la conferenza di pace, che si terrà in Qatar in una data ancora non stabilita.
Dramma atroce dentro un dramma già di per sé gigantesco è la sorte dei bambini: piccoli profughi affamati e malati; bimbi seviziati, dilaniati dalle bombe, trucidati; giovanissimi soldati imbottiti di droga e armati fino ai denti.
Poco più di un anno fa fecero il giro del mondo destando grande commozione e indignazione i disegni dei piccoli rifugiati del Darfur. Da allora, però, nulla è cambiato.
Daoud Hari, con il suo libro, ha voluto richiamare l’attenzione sul dramma della sua terra e richiedere un intervento risolutore dei grandi del mondo: egli sostiene infatti che se alla gente del Darfur sarà impedito di tornare nella regione e di ricostruire i propri villaggi, questo costituirà un precedente molto grave. Dimostrerà infatti che il genocidio è una soluzione considerata valida e universalmente accettata.
L'intervento in Sudan, come in altre zone martoriate del mondo, dovrebbe essere però concepito in maniera concreta e lungimirante.
A questo proposito va ricordata l’opinione di Uzodinma Iweala, giovane scrittore americano di origini nigeriane, il quale, pur apprezzando senz’altro gli aiuti umanitari in favore dell’Africa, avanza il dubbio che gli interventi occidentali non siano genuini, ma piuttosto un modo per affermare un’ennesima volta la superiorità dell’Occidente; egli inoltre sottolinea che troppo spesso si dimenticano i tanti africani che si battono, tra difficoltà e rischi, per la causa del continente nero, laddove invece il contributo delle star dello spettacolo occidentali viene larghissimamente pubblicizzato; chiede infine che in luogo della carità sia riconosciuta all’Africa la capacità di avviare la propria crescita.
Le responsabilità dell’Occidente in Africa sono gigantesche, quelle delle antiche colonizzazioni e quelle del più recente e sotterraneo neo-colonialismo; gli interessi economici e politici delle potenze mondiali continuano a prevalere sulle ragioni della giustizia e dell'equità.
Accecata dai vantaggi immediati (di pochi), questa scriteriata politica non riesce neppure ad intravvedere che l’Africa nera è una polveriera, che in futuro rischia di esplodere anche direttamente contro di noi. Anzi, si continua ad armarla nonostante l'embargo dell'ONU.
Oltre che dal libro di Hari e dalle fonti linkate, le informazioni sono tratte da:
Calendario-atlante De Agostini 2003
wikipedia.org ("Sudan", "Darfur", "Conflitto del Darfur")
itablogs4darfur.blogspot.com
repubblica.it
corriere.it
lastampa.it
Riti e Rituali: Articoli di CuoreMagico
Saluti
CuoreMagico
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